La diciassettesima edizione della Festa Medievale di San Giovanni acquista particolare rilevo e solennità per la concomitanza della riapertura della chiesa dopo il restauro.
Sono stati così presentati i risultati dei lavori di scavo e gli studi compiuti dagli archeologi. In particolare i risultati degli studi architettonici, compiuti dall’archeologo dott. Simone Masier, che ha diretto gli scavi, e di quelli sui reperti umani, compiti dal dott. Fabio Cavalli dell’Accademia medievale Jaufrè Rudel, docente di Storia della medicina Medievale all’Università di Trieste. E’ quest’ultimo lo studio più interessante, che getta nuova luce su tutta la storia medievale di Prata. Il dott. Cavalli ha lavorato sui resti di oltre 70 inumati in 18 sepolture esterne, 14 interne più 2 arche. Le sepolture interne e le arche sono da ricondurre tutte alla medesima famiglia, evidentemente quella dei signori di Da Prata, per l’arco di 3 generazioni.
Nel 1262 il conte Guecello II veniva sepolto, per sua espressa volontà, nella Chiesa di San Giovanni a Prata di Pordenone. Irriducibile ghibellino, aveva combattuto per Federico II a fianco di Ezzelino III “il Terribile” ritirandosi alla fine, dopo la tragica fine degli ultimi da Romano, nei suoi possedimenti di Prata. La signoria territoriale dei Conti di Prata aveva sino ad allora giocato un ruolo essenziale nei rapporti fra la Marca Trevigiana ed il Patriarcato di Aquileia e comunque continuerà ad avere, per tutto il XIV secolo, un ruolo di mediazione fra i domini veneziani, il Friuli patriarcale e la Contea di Gorizia. La chiesa di San Giovanni, che dovette rappresentare il luogo di sepoltura privilegiata dei Prata, era patrimonio dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme e venne eretta nella prima metà del XIII secolo. La chiesa è stata oggetto di recenti indagini stratigrafiche che hanno interessato tutto l’interno (ad eccezione dell’attuale presbiterio) e che si sono estese all’esterno andando ad interessare una fascia lungo tutto l’attuale perimetro. La lettura del palinsesto stratigrafico ha permesso di individuare ben tre fasi di chiesa, con l’edificio più antico (I fase) a chiara vocazione cimiteriale con un’alta densità di sepolture sia singole che plurime individuate sia all’esterno che all’interno. All’interno spiccano inoltre due arche lapidee che hanno restituito, tra l’altro, materiali deperibili quali legno e frammenti di tessuto. Dall’indagine archeologica delle sepolture della I fase si ricava innanzitutto un dato importante consistente nell’aver individuato le tombe di quella che doveva essere l’elite economica e guerriera del territorio della Contea di Prata. Particolare interesse rivestono una delle due arche lapidee, cioè l’arca di Pileo I (m. 1325) (Tb37) che ha restituito 16 soggetti stratigraficamente e antropologicamente ordinati ed una sepoltura plurima posta di fronte all’altare (Tb24) stratigraficamente più antica che, benché in parte danneggiata dallo spoglio avvenuto tra I e II fase della chiesa, ha restituito 14 soggetti individuabili.
L’analisi preliminare globale degli inumati ha mostrato una popolazione prevalentemente maschile di statura media o medio-alta (Tb24:m.1,69±0,08; Tb37:m.1,75±0,09), generalmente robusta e con scarsi indicatori di stress nutrizionale.
Lo studio archeotanatologico ha permesso di documentare alcune interessanti particolarità del rito di sepoltura, con un passaggio dall’uso della cassa lignea all’inumazione in terra nuda con sudario, probabilmente nei primi anni del ‘300, forse in corrispondenza con la diffusione di una nuova mistica, diffusa dagli ordini mendicanti e specialmente dai Francescani.
I risultati più interessanti sembrerebbero però provenire dallo studio paleopatologico, dato questo abbastanza singolare, visto che in una popolazione di inumati con queste caratteristiche, la percentuale di malattie rilevabili dallo studio dello scheletro è generalmente piuttosto bassa. Nella nostra popolazione, invece, ci troviamo di fronte ad una serie di soggetti appartenenti a sepolture relativamente più antiche (XIII- primo quarto del XIV secolo) praticamente esenti da patologie scheletriche, mentre i soggetti più recenti (secondo quarto del XIV, primi anni del XV) mostrano frequenti tracce di malattie traumatiche o segni inequivocabili di morte violenta, una insolita frequenza di malattia distrofica dell’anca e soprattutto segni di una malattia caratterizzata da grave osteite delle ossa lunghe e del cranio, associata a granulomatosi della volta cranica, in un quadro che potrebbe far sospettare una treponematosi non venerea diffusasi tra i soggetti con una frequenza che si avvicina al 100%.
La presenza di una malattia infettiva solo raramente documentata nell’Europa bassomedievale ma endemica nell’Africa Settentrionale rende possibile una interessante discussione sull’esistenza di énclaves epidemiologiche dovute probabilmente all’apertura di nuove rotte commerciali. Più problematica invece appare l’interpretazione delle evidenze traumatiche, particolarmente evidenti in Tb25, Tb26 e Tb 30 dove si repertano ferite mortali alla testa da armi da lancio e da punta, esiti consolidati di fratture e evidenza di lesioni anche mortali con armi da taglio al tronco e agli arti talora associate all’evidenza di sepolture multiple contemporanee o a breve distanza di tempo. L’associazione di queste lesioni, nello stesso soggetto, all’evidenza di segni ossei di treponematosi farebbe in qualche modo datare gli eventi tra il secondo quarto e la fine del ‘300. La frequenza insolita di diplasia dell’anca, non congenita, in un caso associata a grave artrite, verosimilmente settica, dello stesso arto, seppure di difficile interpretazione (ma un’analisi radiografica e tomografica di una sepoltura ha messo in evidenza la presenza di osteopecilia, una patologia primitiva ossea ereditaria dominante) può dare indicazioni sulla medicalizzazione e sull’uso delle grucce (Tb 34) o sul nubilato delle donne di famiglia con problemi fisici, visto che questa patologia ha la sua massima frequenza nei pochi soggetti di sesso femminile.
In conclusione, i dati preliminari, mostrano come gli inumati della chiesa di San Giovanni siano di estremo interesse sia dal punto di vista storico che epidemiologico. Appare quindi indispensabile continuare lo studio dei resti in laboratorio al fine di ottenere un quadro bioarcheologico il più completo possibile allo scopo di:
- Verificare le familiarità dei soggetti, le loro caratteristiche fisiche, il loro livello di vita e la qualità delle loro occupazioni al fine di confermare l’identificazione dei Conti di Prata e dedurre i particolari della vita quotidiana di una famiglia signorile del nord-est tra XIII e XV secolo,
- Ipotizzare, attraverso uno studio storico correlato allo studio paleopatologico e criminologico gli eventi che possano spiegare l’alta frequenza di morti violente,
- Verificare la natura della patologia ossea infiammatoria riscontrata nei soggetti più recenti, la varietà nosologica, la frequenza di diffusione nelle varie categorie di soggetti (adulti e subadulti), l’epidemiologia e la provenienza, per i motivi già esposti.
I risultati di queste ricerche saranno oggetto di relazioni nell’ambito di un convegno e, successivamente, saranno raccolte in una pubblicazione che offrirà un contributo particolarmente importante allo studio della storia di Prata nel Medioevo ed al suo ruolo strategico geopolitico rispetto alla Marca, a Venezia ed al Patriarcato.